Strategia · Insight Strategico

Due modi diversi di fallire

Ho diretto innovazione in una multinazionale per ventidue anni, poi ho iniziato a lavorare con le PMI. Il fallimento cambia forma, e la cura non è quella che pensavo.

Ci sono due modi di sbagliare un progetto di innovazione, e per molto tempo ho conosciuto bene solo il primo.

Nella grande impresa il progetto nasce bene. Ha un budget approvato, uno sponsor, un comitato che si riunisce, una serie di milestone scritte da qualche parte. Va avanti. Produce documenti, prototipi, presentazioni. E può andare avanti così per anni, perché la sua sopravvivenza non dipende dal fatto che stia producendo valore: dipende dal ciclo di budget e dalla tenuta dello sponsor.

Il punto che ci ho messo del tempo a mettere a fuoco è che in quel meccanismo non esiste un momento in cui qualcuno debba dire se ha funzionato. Non c'è cattiva fede, non c'è pigrizia. C'è semplicemente che nessuno è personalmente esposto all'esito. Il fallimento, quando arriva, è lento e non si vede: il progetto non muore, si sfilaccia. Cambia nome, viene riassorbito, diventa una linea in una presentazione dell'anno dopo.

Poi ho iniziato a lavorare con le piccole e medie imprese, e ho trovato l'esatto opposto.

In una PMI decide una persona sola, e quella persona risponde con il proprio patrimonio. Non c'è comitato, non c'è sponsor da convincere, non c'è ciclo di budget dietro cui ripararsi. La decisione è immediata e vera: in un quarto d'ora sai se il progetto si fa o no.

Ma c'è un vincolo che nella grande impresa semplicemente non esiste. L'orizzonte è corto. La paura di non vedere presto un risultato frena tutto quello che non rende in fretta, e lo frena prima ancora che il progetto parta.

Per anni ho letto quel fiato corto come un limite culturale. Una cosa da correggere spiegando meglio, portando casi, costruendo business case più convincenti.

Mi sbagliavo. Il fiato corto di un imprenditore non è un pregiudizio: è una valutazione razionale di chi rischia in proprio. Se il progetto non rende entro un orizzonte che la sua azienda può sostenere, il progetto è effettivamente sbagliato per lui — indipendentemente da quanto sia interessante in astratto. Chiedergli di "pensare più a lungo termine" significa chiedergli di assumersi un rischio che non è suo da assumere.

Messe una accanto all'altra, le due patologie smettono di sembrare due cose diverse.

Diluizione e fiato corto sono i due estremi della stessa variabile: quanto chi decide è personalmente esposto al risultato.

Nella grande impresa nessuno è esposto, e allora l'orizzonte si allunga all'infinito e il momento della verità non arriva mai. Nella PMI chi decide è esposto per intero, e allora l'orizzonte si accorcia fino a escludere qualunque cosa non renda subito. Troppa poca esposizione produce progetti che non finiscono. Troppa esposizione produce progetti che non iniziano.

C'è una cosa che ho visto ripetersi in tutti quegli anni, e che vale in entrambi i mondi.

I progetti nati con un allineamento forte al business sono arrivati sul mercato e hanno cambiato l'offerta dell'azienda. Quelli nati dentro le quattro mura della ricerca hanno avuto impatti minimi. Non era una questione di qualità tecnica: alcuni dei secondi erano tecnicamente più interessanti dei primi. Era una questione di dove il progetto era nato, e quindi di chi aveva qualcosa da perdere se non fosse arrivato a destinazione.

Da qui viene la conclusione, ed è scomoda per il mestiere che faccio.

Se il vincolo è l'orizzonte, non si chiede all'imprenditore di allungarlo. Si accorcia il tempo di ritorno.

È un rovesciamento della postura consulenziale abituale. Non è il cliente che deve maturare fino ad accettare il progetto che gli proponiamo: è il progetto che va costruito dentro il vincolo reale di chi lo paga. Il che significa scomporre, consegnare valore a tappe, e qualche volta rinunciare all'ambizione grande in cambio di un primo risultato che arriva presto e che si può verificare.

Vale anche la pena di dire cosa questo non significa. Non significa fare progetti piccoli. Significa progettare l'ordine in cui le cose arrivano.

E c'è una ragione per cui questa conversazione oggi è diversa da come sarebbe stata cinque anni fa.

Gli strumenti basati su intelligenza artificiale hanno ridotto in modo concreto la distanza tra l'avvio di un'iniziativa e il primo risultato verificabile. Cose che per una PMI erano strutturalmente fuori portata — perché il ritorno stava troppo oltre — oggi lo sono molto meno. Non perché l'azienda sia diventata più coraggiosa: perché la distanza si è accorciata.

Ci metto però l'avvertenza, che secondo me vale più della promessa.

L'AI accorcia il tempo al primo ritorno solo se sotto c'è un processo chiaro. Se il processo non c'è, accorcia soltanto il tempo alla prima demo. E una demo non è un ritorno: è una cosa che funziona una volta, davanti a chi l'ha costruita, su un caso scelto bene. La differenza tra le due si vede dopo tre mesi, quando la demo è ancora una demo e il processo di prima è ancora lì.

Se dovessi ridurre tutto questo a una cosa sola da portarsi via, sarebbe un test.

Quando qualcuno ti propone un progetto di innovazione, guarda dove cade il primo risultato verificabile. Se cade oltre il fiato che la tua azienda ha davvero, non ti stanno proponendo un progetto ambizioso.

Ti stanno proponendo il progetto sbagliato.

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